Al laghetto di Covel



Il tempo sembra ben promettere, il cielo si presenta abbastanza sereno,  e con l’amico Germano si decide di approfittarne per esplorare la zona di Covel in quel di Peio Paese.
Coel con la sua estensione pianeggiante di prati falciabili, il suo laghetto, la piccola cascata e la malga delle capre dista poco più di un chilometro dall’abitato.
Partendo dalla piazza della chiesa, si supera inizialmente una ripida salita, costeggiando la collinetta di S. Rocco che con la piccola antica chiesetta e l’ex cimitero di guerra austroungarico merita una sosta per il notevole interesse storico e paesaggistico del luogo. Si prosegue quindi su una larga e panoramica strada bianca in costante lieve salita fino a raggiungere alcuni vecchi masi e quindi finalmente l’ampia spianata prativa di Covel.  
Il paesaggio è vario e attraente: il giallo intenso dei ranuncoli botton d’oro e il blu carico delle genziane spiccano tra il verde dell’erba primaverile già alta; le tenero foglie delle betulle e i nuovi aghi dei larici dipingono i versanti di un morbido verde pastello. Sullo sfondo ci appare una piccola cascata, formata dal rivo che discende vorticoso tra alberi e rocce: la raggiungiamo in pochi minuti. Il tempo si sta guastando: le nubi temporalesche e le nebbie avvolgono ormai le montagne sovrastanti, Punta Cadini, Taviela e Vioz: peccato… Poco distante fa bella mostra di se il laghetto di Covel  dove ci spingiamo velocemente per ammirare le cime che vi si specchiano, Palon Val Comasine, Cima Forzellina, Monte Redival, che incombono su Peio Fonti e sulla val del Monte fino al lago del Palù. La catena di questi monti appare parzialmente coperte di neve ma ancora sgombre dalle nuvole che a poco a poco avanzano oscurando il cielo per intero.
Ci portiamo alla Malga Covel che, più avanti con la stagione, in estate, ospiterà le numerose capre della Società Alpeggio di Peio, per la gioia dei turisti e dei buongustai, amanti del formaggio caprino di montagna. Decidiamo infine, nonostante il tempo non prometta nulla di buono, di salire verso la Malga Strabisorte, segnata sulla nostra carta escursionistica. Dovrebbe trattarsi di una malga da tempo abbandonata, solo ruderi, ma la curiosità è molta. Imbocchiamo il sentiero per Tarlenta e raggiungiamo la “Croce dei Cacciatori” e quindi, abbandonato il sentiero battuto, per tracce antiche e appena riconoscibili, individuiamo e ci portiamo lentamente nella radura che ospita veramente i resti di una antica malga. Purtroppo il tempo si è definitivamente guastato e i monti sono scomparsi dalla vista. Peccato perché il luogo è interessante e dominato dalla imponente cima Taviela il cui contorno si riesce di tanto in tanto a malapena ad intuire.

Discendiamo e, ritornando verso casa, tra le nebbie che a tratti si aprono, ci appaino, sul versante opposto,  le rosse reti di delimitazione e protezione che costeggiano lunghi tratti delle piste da sci Doss dei Cembri-Tarlenta.  Un rosso vivace e impattante sullo sfondo del suo contrastante colore complementare, il  verde del pascolo e del bosco… La nebbia si dirada ed ecco un enorme traliccio sulle rocce e la stazione di arrivo della nuova funivia Peio 3000, lassù in alto sopra i Crozi del Taviela, ed infine, contro il cielo, ecco anche le funi portanti dell’impianto… E’ la "bella impronta" lasciata dallo sviluppo del turismo invernale, che con l’inclusione di attività e strutture estranee all’ambiente,  rischia di snaturare i fondamenti di un parco naturale, il Parco Nazionale dello Stelvio

E’ vero che la popolazione della valle vive anche di turismo, e che quindi, in una certa misura sono necessari piste e impianti di risalita sui suoi monti ma è pure vero che un parco naturale non ha nulla a che vedere con tutto ciò. La convivenza tra queste diverse esigenze appare quindi difficile e foriera di ambiguità. A questo punto, si potrebbe addirittura arrivare ad auspicare,  una  disaggregazione dal Parco delle zone in quota eccessivamente  antropizzate dallo sfruttamento turistico… Si, perchè altrimenti si potrebbe anche pensare che il Parco Nazionale dello Stelvio, svuotato dei principi fondanti, stia assumendo il ruolo di “specchietto per le allodole”, proponendosi solo come un altisonante ma vuoto richiamo pubblicitario per l'attività turistica della zona, senza alcuna vera consistenza nell’offerta naturalistica e paesaggistica e nella proposta  educativa.

Malga Covel: la malga delle capre

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