Stambecchi in Val di Strino



La Val di Strino è una delle più belle località montane della valle. Mi attrae sempre più e infatti con il passare del tempo la visito sempre più frequentemente, vi salgo più e più volte ogni anno, dall'inizio della primavera al tardo autunno...
Quando la neve inizia a ritirarsi anche alle quote più elevate, raggiungo i dintorni della malga per osservare e fotografare i miei fiori preferiti, gli anemoni primaverili mentre le marmotte, appena uscite dal letargo, si rincorrono sul prato dandosi alla pazza gioia. Più avanti vi ritorno per raccogliere qualche cespo di radicchio dell'orso lungo la strada militare che conduce al Forte Zaccarana con l'incerta speranza di imbattermi in un gregge di mufloni o in un capriolo al pascolo. Durante l'estate non mancano le escursioni più impegnative. Esploro i dintorni di questa stupenda, piccola valle raggiungendo i ruderi di Malga Mezzolo, il Bait del Vedeler o le più lontane valli Saviana e Verniana e non manca di certo l'escursione alla Città Morta o alla Bocchetta di Strino sul sentieroo per la Cima Redival con l'inevitabile sosta sulle sponde panoramiche dei due laghetti di Strino...


Però, ripensandoci bene, mi accorgo, devo dire con una certa meraviglia, che, pur avendo frequentato spessissimo la bassa valle e i suoi dintorni, da più di tre anni non salgo fino ai Laghetti di Strino... Mi sembra quasi impossibile... Mai era trascorso tanto tempo dall'ultima mia escursione sugli alti pascoli di questa incantevole valle.
Decido quindi, con il mio amico di sempre, di non interromper ulteriormente una tradizione consolidata e di raggiungere, per l'ennesima volta  i “laghetti” prima che la neve imbianchi la montagna rendendo impossibile l'escursione.
Di buon mattino, parcheggiata l'auto su di uno slargo della statale del Tonale, imbocchiamo la strada sterrata ex militare chiusa al traffico veicolare che conduce ai forti Mero e Zaccarana ma che, con una digressione, arriva anche alla Malga Strino. Mezz'ora di comodo cammino, quattro tornanti per superare il ripido versante coperto dal bosco fitto e la strada inizia a fiancheggianre i pascoli più bassi della valle. l primi raggi del sole infuocano le cime sullo sfondo... poi lentamente il chiarore raggiunge anche le alte praterie, scende sul lariceto illuminando le chiome ambrate degli stentati e contorti alberi d'altura, i larici, tutti ormai in veste autunnale...
Oltrepassiamo la malga. Tutto è silenzio. Lo scampanio estivo delle mucche al pascolo, il richiamo del pastore, l'abbaiare dei cani e il chiassoso schiamazzo delle comitive di giovani gitanti sono solo un lontano ricordo. Silenzio. Un silenzio quasi innaturale... Mancano pure i fischi delle marmotte che quassù, da sempre, popolano i prati in colonie numerosissime. Da qualche giorno le marmotte sono in letargo, addormentate nelle loro profonde tane.
Il sentiero si fa più stretto. Sale più ripido, a tornanti, superando un'ultima fitta macchia di bosco. Poi finalmente raggiunge uno slargo pianeggiante, al limite della vegetazione arborea.
Riprendiamo fiato in riva a torrente... Siamo già stanchi, in dubbio se proseguire o meno... se cambiare meta deviando verso la più vicina Città Morta. Poi il binocolo ci mostra un branco di stambecchi, lassù in alto, proprio in corrispondenza alle balze che serrano uno dei due laghetti... e la fatica svanisce quasi d'incanto. Rinfrancati e rinvigoriti riprendiamo a salire fantasticando su di un possibile, eccezionale scatto fotografico che vede, in primo piano, gli stambecchi specchiarsi nelle limpide acque del lago e, sullo sfondo, la bianca vetta della Presanella.


Delusione... lo scatto eccezionale era solo un sogno destinato a svanire... solo una vuota speranza che aveva ben poche probabilità di concretizzarsi.
Quando arrivo sulle sponde del primo lago, dopo aver distaccato il mio amico nell'ultima salita (l'amico stava comunque salendo in compagnia di una cortese, solitaria escursionista che ci aveva raggiunti), gli stambecchi erano scomparsi, avevano lasciato la zona...
A fatica supero la delusione stregato dall'incantevole paesaggio che mi circonda. I due azzurri laghetti immersi negli autunnali colori bruciati delle alte praterie dominano la scena ma sullo sfondo si impone anche la bianca cima della Presanella...
Poi sollecitato dalla ormai nostra compagna di avventure ( mi incoraggia: "la montagna riserva sempre qualche sorpresa”) riprendo il cammino in sua compagnia mentre l'amico di sempre si limita ad esplorare i dintorni dei laghi. Saliamo ancora, faticosamente, diretti verso la Bochetta di Strino alla ricerca degli “stambecchi che non ci sono”, che sono spariti... ma questa volta la fortuna è dalla nostra parte. Ben presto individuiamo un possente maschio sdraiato sul crinale che divide la nostra valle della Val Montozzo. E' parecchio distante, verso il Torrione di Albiolo che durante la grande guerra fu teatro di aspre, sanguinose contese. Troppo lontano per il momento... Proseguiamo e, sbucando da una ripida scarpata, avvistiamo, al di là di un slargo pianeggiante, un secondo imponente esemplare. E' sdraiato al sole su di uno spuntone roccioso, sta dormendo con la testa incredibilmente reclinata all'indietro. Ci avviciniamo lentamente, senza far rumore temendo di svegliarlo... Gli siamo accanto... ma lo stambecco sembra non accorgersene... prosegue imperturbabile il suo riposo, poi si sveglia, ci osserva ma nulla cambia. Solo ora ci accorgiamo che un altro prestante maschio sta pascolando tranquillamente a poca distanza. Anche questo robusto esemplare appare del tutto indifferente alla nostra presenza.
Sono molto sorpreso. Il comportamento di questi ungulati mi sta meravigliando. Camosci, cervi e caprioli fuggono immediatamente all'apparire dell'uomo. Questi stambecchi sono del tutto apatici, nulla li scuote, si ha l'impressione di poterli perfino accarezzare...
Mai prima d'ora ero riuscito ad osservarli così da vicino. Ricordo qualche avvistamento, sempre da lontano, in Val Comicciolo, sul versante opposto alla Val di Strino, verso le creste del Redival.
Solo ora, dopo averne osservato il comportamento a brevissima distanza, mi rendo veramente conto di come si poté giungere all'estinzione di questi animali sull'intero arco alpino, estinzione a lungo perpetrata e ultimata per bene da cacciatori e bracconieri alla fine del XIX secolo (gli stambecchi si erano salvati solo nella ben vigilata Riserva Reale di Caccia, oggi integrata nel Parco del Gran Paradiso da cui sono stati ultimamente prelevati gli individui reintrodotti un po' ovunque sulle Alpi). Gli stambecchi sono animali tranquilli, indolenti, troppo confidenti e la caccia di un tempo ne ha approfittato non risparmiandone alcuno.


L'amico ci attende da troppo tempo. Lasciamo riposare tranquillamente il grande stambecco e discendiamo rapidamente fino ai laghetti godendoci il sole di ottobre e lo stupendo panorama. Un rapido spuntino, ancora qualche scatto alla Presanella e alle vette circostanti che si specchiano nelle acque dei due laghi e si riparte. Non è tardi ma siamo a metà ottobre, il sole tramonta presto ed è subito sera. Quindi ci precipitiamo verso il fondovalle, un fondovalle già scuro, già totalmente in ombra... Quassù, nell'alta valle, la luce è ancora forte, i raggi radenti del sole prossimo al tramonto lambiscono il pascolo, allungano le ombre delle rocce sporgenti, infiammano le chiome dei larici. Si scende velocemente e ci si approssima sempre più alla zona d'ombra che altrettanto velocemente sale lungo il torrente estendendo il suo dominio anche alle pendici della valle fino a poco prima ben soleggiate. Raggiungiamo gli ultimi larici ancora accarezzati dal sole. Sono l'ultimo luminoso regalo di questa limpida giornata autunnale, poi la luce scompare e il paesaggio si fa mesto, piatto e cupo. Siamo ormai nei pressi della Malga Strino e non manca molto alla conclusione della nostra avventura... Il mio sguardo indugia sui pascoli che circondano gli edifici della malga. Osservando attentamente si notano ancora, a distanza di cento anni, le numerose piazzole che ospitavano i baraccamenti dei militari austriaci durante la prima guerra mondiale. La notte del 13 dicembre 1916 (la si ricorda come “Santa Lucia Nera”) la valanga travolse l'intero, esteso villaggio militare di questa valle causando più vittime di quante ne fecero tutti gli scontri armati sul fronte del Tonale. Ora, su questo soleggiato pendio, appena a monte della casera, allo squagliarsi della neve, fioriscono i primi anemoni primaverili. Viene da pensare che la natura non dimentica... e sembra quasi che con suoi primi fiori voglia commemorare quelle lontane vittime o quanto meno ricordarle, rammentando  a noi tutti, distratti e smemorati umani, quella lontana tragedia. Chissà... Io comunque ci sarò e già mi vedo seduto tra i bianchi anemoni, dopo il lungo inverno... quassù a respirare nuovamente l'aria fina di questi monti.



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Mancano solo gli stambecchi...


Per conoscere le vicende che si svolsero in Val di Strino durante la prima guerra mondiale consiglio la lettuta di "La prima guerra mondiale sui monti del Tonale. Storia, luoghi, itinerari" di Daniele Bertolini. Il testo presenta interessanti percorsi alla scoperte dei luoghi della guerra, Alla guida è allegata una carta topografica molto ben  fatta.

Passeggiata autunnale tra i paesi di Cusiano, Termenago e Pellizzano


Lunga, ottobrina camminata pomeridiana su di un percorso ad anello che partendo dal paese di Cusiano, sul fondovalle, arriva, inerpicandosi per un sentierino recentemente riattato, al montano abitato di Termenago per poi ridiscendere a valle seguendo inizialmente la strada provinciale e poi un lungo antico viottolo fino alla periferia di Pellizzano a poca distanza dal punto di partenza.  



Il percorso, pur essendo totalmente privo di segnaletica, è comunque facilmente individuabile. Non si può sbagliare...

Il “nuovo” sentierino” si distacca dalla strada forestale dei “Maregi” a monte di Cusiano in corrispondenza del suo primo tornante, lì dove si trova una piccola statua bronzea dedicata a S. Antonio Abate. Ci si inoltra e subito si sale nel bosco, all'ombra di larici, abeti rossi e pini neri, immersi in un fitto cespuglieto di noccioli che, purtroppo, limitano la veduta sui paesi della valle e sulle cime che si alzano sul versante opposto.
Il panorama si apre solo di tanto in tanto soprattutto nella parte terminale della salita quando, sul bordo di uno scosceso dirupo roccioso, si rinviene una rustica panchina, lì strategicamente collocata per consentire al visitatore non solo di riprendere fiato ma anche di ammirare l'ampio, scenografico paesaggio.
Poco più avanti il sentiero raggiunge la strada forestale “Campion” in corrispondenza ad un abbeveratoio in legno che una targa segnala come sito di riproduzione della Salamandra pezzata (è questa la seconda piacevole sorpresa naturalistica dopo l'incontro con una giovane lepre lungo il tratto iniziale del percorso).
Poche centinaia di metri e si sbocca sulla strada provinciale allla periferia di Termenago.
E' questo un antico paese un tempo densamente abitato da una popolazione che da tempi immemorabili sfruttava ogni più piccolo appezzamento di terreno ricavato con immani fatiche, disboscando e terrazzando il ripido versante della valle.
Una agricoltura povera, di pura sussistenza o l'emigrazione... questa fu per secoli l'amara scelta di vita degli abitanti dell'intera Val di Sole non solo degli abiatanti di Termenago. Oggi i pascoli, i campi e i prati sugli erti versanti della valle non esistono quasi più. Il bosco sta avendo il sopravvento e riconquista dopo secoli, forse millenni, quello che l'uomo, con enormi sforzi, gli aveva strappato. Il paesaggio sta radicalmente mutando e anche il paese di Termenago non è più circondato dalla campagna ma è imprigionato da boscaglie sempre più fitte. Boscaglie, che ultimamente, nei dintorni più prossimi dell'abitato, sono state eliminate, abbattendo alberi e cespugli e ridonando a una seppure minuscola porzione del versante soleggiato della valle quello che doveva essere il suo antico aspetto.
Questo si vede percorrendo in discesa la strada provinciale... si vedono le case antiche... lassù, in alto, a monte di ripidi prati appena “tirati a novo”, liberati dalle sterpaglie dai Servizi Forestali della Provincia.
Moltissime case hanno le imposte chiuse, non sono abitate... e non sono di sicuro le belle “seconde case” che costellano i paesi del fondovalle che, ben si sa, in autunno sono sempre ben serrate. No, queste sono le vecchie abitazioni abbandonate di un popolo che non esiste quasi più, di una popolazione che un tempo non molto lontano era ancora numerosissima e che ora si è ridotta solo ad un centinaio di residenti. E' la conseguenza di un cambiamento economico radicale che in pochi anni ha rotto un antico equilibrio, ha modificato un modo di vivere fermo, sostanzialmente immobile da sempre... una vera, rapida rivoluzione che, contestualmente, ha trasformato profondamente il paesaggio montano, un paesaggio che ben difficilmente potrà essere permanentemente e stabilmente riconvertito in “quello che fu”... anche solo nei dintorni più prossimi degli abitati
Il vecchio mondo non ritornerà più... Era un mondo dove si poteva sopravvivere solo a prezzo di dure fatiche ma era anche un mondo più solidale, più ricco di passioni e di relazioni umane (in positivo e in negativo), un mondo inevitabilmente più vicino alla natura, più legato al trascorrere del tempo, al susseguirsi dei mesi. al lento svolgersi delle stagioni... 
Sempre in vista del centro storico di Termenago, sul quale svettano i campanili delle due chiese (la piccola vecchia chiesa quattrocentesca di S. Nicolò e la nuova ottocentesca parrocchiale destinata ad accogliere il popolo che non c'è più) si scende per qualche centinaio di metri sulla provinciale e superati due tornanti si imbocca sulla destra il ripido viottolo erboso che scende verso Pellizzano. Un tempo doveva essere questa la principale, se non l'unica via di comunicazione con il fondovalle o almeno con i paesi dell'Alta Val di Sole. Oggi la si può considerare nulla di più di una inutile e stretta mulattiera che taglia un ripido versante un tempo in gran parte coltivato e oggi invaso dal bosco e dalla sterpaglia. Chissà quanto lavoro richiese la realizzazione degli altissimi muri a secco, ormai qua e là cadenti, che sostengono la stradina a valle e la delimitano a monte. Fu sicuramente una realizzazione di grandissimo impegno, presumibilmente portata a termine dagli uomini del paese in tempi lunghi, senza l'ausilio dei moderni macchinari, con incommensurabili fatiche e tanto sudore.
Oggi, pur ben tenuta, costantemente liberata da erbe e sterpi infestanti per il gioia dei turisti e degli escursionisti buontemponi come me, è comunque inevitabilmente destinata al degrado in tempi più o meno lunghi (ne sono già evidenti i primi indelebili segni) e così anche il suo ricordo e la memoria di chi la realizzò svanirà per sempre.
Il ripido viottolo si immette sulla strada statale di fondovalle alla periferia di Pellizzano, un paese che, come molti altri centri della valle, ha raggiunto con i “tempi nuovi” del turismo di massa (un turismo di dubbia sostenibilità e fin troppo condizionato dalle mode del momento) un certo benessere pagandolo però in termini di degrado ambientale e di notevole scompiglio non solo materiale...
Ed è sul marciapiedi della statale che si può proseguire per raggiungere il punto di partenza, a Cusiano e chiudere così rapidamente questa lunga passeggiata ad anello. Ma è consigliabile lasciare questa trafficatissima via il prima possibile, (in corrispondenza del ponte che porta al vecchio nucleo del paese) e proseguire verso Cusiano scegliendo tra la pista ciclopedonale di valle e la strada chiusa al traffico veicolare, appena sotto la statale.
E poi non scordiamoci, se ne abbiamo il tempo, di visitare le chiese di questi due ultimi paesi, la maestosa chiesa gotico-rinascimentale di Pellizzano dedicata alla natività di Maria (è l'edificio sacro di maggior pregio di tutta la valle che la leggenda vuole eretto addirittura da Carlo Magno) e quasi in contrapposizione la minuscola preziosa chiesetta di Cusiano interamente decorata da preziosi affreschi quattrocenteschi dedicati alla vita di Santa Maria Maddalena
Da leggere: "C'era una volta Termenago" di Mauro Pedrazzoli - Reperibile anche nelle biblioteche della valle. 

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Immagini autunnali dal Parco Nazionale dello Stelvio

Ottobrina escursione in Val de la Mare...


...nei dintorni delle Malghe Pontevecchio, Verdiniana e Levi a valle del Passo Cercen e delle Cime Vallon, Verdiniana, e Cavaion.




Stupendi i panorami che si contemplano esplorando in ottobre i pendii del versante sinistro della Val de la Mare nella zona di Pejo.
Salendo per l'erta stradina che da Malga Pontevecchio porta a Malga Verdiniana di tanto in tanto si vedono ergersi, tra lo scuro intrico dei larici e dei pini cembri, le alte, imponenti e imbiancate cime del Vioz e del Cevedale, Cime dorate dal sole del primo mattino.
Più avanti, dove la rada vegetazione arborea sconfina nei pascoli alberati e nelle praterie d'altura, lungo il Sentiero Italia diretto al Passo del Cercen e in Val di Rabbi, il panorama si fa più vasto aprendosi oltre che sui monti del Gruppo Ortles–Cevedale anche sulla Presanella e sulle cime circostanti, sul Redival, sul Boai... e sull'intera Val del Monte, oltre Pejo Terme, fino al Corno dei Tre Signori. Panorama mozzafiato in autunno quando la montagna si cambia d'abito con i larici che si vestono d'oro e i picchi si coprono di neve. Panorama comunque sempre bello, in ogni stagione, ma soprattutto all'inizio dell'estate quando il rosso dei rododendri in fiore accompagna l'escursionista amante della natura vivacizzando il suo lento procedere.


A cavallo dei mesi di settembre e ottobre il lento procedere dell'escursionista amante della natura è invece accompagnato dal bramito dei cervi in amori che risuona da un versante all'altro della valle... un'esperienza unica, un'emozione indimenticabile...
Ora. a metà ottobre il mugghio si sta spegnendo, si è fatto sporadico ma, con un pizzico di fortuna, è ancora possibile incontrare qualche bell'esemplare di cervo maschio in compagnia del suo harem. Ancora per poco. Non è poi da escludere l'incontro con il camoscio che quassù, sulle rocce e sulle praterie a valle delle Cime Cavaion e Verdiniana è costretto a convivere con il cervo.
Sono avvistamenti appassionanti che solitamente (soprattutto per il cervo) avvengono al mattino di buonora quando ancora il sole non illumina il versante sinistro della Val de la Mare. Talvolta però può accadere che qualche cervo faccia la sua comparsa anche più tardi, magari proprio quando i raggi del sole iniziano ad inondare la zona sfiorando, pian piano, il palco ramificato del selvatico abbagliato dall'improvviso chiarore. Accade raramente ma può sempre succedere ed è bene esserci... ne vale veramente la pena.



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Il percorso della mia escursione in sintesi. Parcheggiata l'auto il loc. Tablà in pochi minuti raggiungo, sul versante opposto, la Malga Pontevecchio. Proseguo, con il solito compagno di escursioni, nel bosco, salendo sulla ripida mulattiera fino a Malga Verdiniana. Nei suoi pressi imbocco il Sentiero Italia e lo seguo fino alle praterie che coprono il pendio sotto il Passo Cercen. Pausa pranzo e ritorno sullo stesso tracciato fino a Malga Verdiniana. Quindi deviazione sul sentiero che si dirige verso il Cavaion e che, molto più avanti, si congiunge a quello che da Malga Mare sale tortuosamente al Lago del Careser. Proseguo sul primo tratto di questo pianeggiante sentiero fino ad incontrare quello proveniente dai dintorni di Malga Pontevecchio sui cui tornanti discendo raggiungendo rapidamente il fondovalle.




In Val Ganosa e al Lagostel

… inseguendo gli stambecchi che non ci sono.



“Gli stambecchi da quelle parti? Sicuro. In Val Ganosa li trovi di certo” Così lo scorso anno mi disse tra le altre interessantissime cose il malghese della Giumela. Conoscevo piuttosto bene la zona e di stambecchi non ne avevo mai visti (anche se sapevo per certo che, qualche tempo fa, alcuni esemplari erano stati rilasciati più in basso, ai Paludei), avevo visto solo cervi e camosci, per cui le affermazioni del malghese mi lasciarono molto dubbioso. Ma siccome “non si sa mai”, quest'anno ho deciso di affrontare ancora una volta il lungo “Percorso della fauna” che dal Fontanino di Pejo arriva fino al Lagostel integrandolo però con due diversioni, la prima, da compiere alle prime luci del sole, per osservare i cervi in amore sulle praterie delle Mandriole, la seconda per esplorare (prendendo per buono il consiglio del malgaro) la sconosciuta Val Ganosa sulle fantomatiche tracce degli stambecchi. Del “Percorso della fauna” ho già dettoin un altro mio post...  Questo percorso è uno dei numerosi giri tematici che vengono proposti dagli operatori del Parco dello Stelvio agli escursionisti amanti della natura. Consiste in un tracciato ad anello, lungo ma alla portata di tutti (se non si temono le ripidissime scarpate erbose e i piccoli dirupi attraversati dal bel sentiero), che si snoda sul versante sinistro della Val del Monte nella zona di Pejo.

Ma veniamo a questa mia escursione di fine settembre che parte dal Fontanino di Pejo dove parcheggio l'auto. Qui imbocco subito, in compagnia dell'amico di sempre, la strada bianca che sale alla diga di Pian Palù. In una ventina di minuti raggiungo il lago. E' ancora buio ma ad oriente il cielo è già chiaro. Quando, dopo alti venti minuti di cammino arrivo a Malga Giumela il sole inizia ad illuminare i monti più alti. La cima de Redival, dove da anni (lo dico con certezza) stazionano gli stambecchi, è di fronte a noi, ben illuminata, nel cielo sereno, dai primi rossastri raggi del sole.
Proseguiamo nel bosco sulla mulattiera che porta a Malga Paludei scarpinando per una trentina di minuti o poco più fino ad incontrare il sentierino che sale al Lagostel. Le indicazioni non mancano: non si può sbagliare... Ma per noi è giunto il momento di deviare dal percorso canonico e di raggiungere, seguendo delle tracce sconosciute ai più, le alte praterie dove dal crepuscolo all'alba pascolano i cervi. Siamo all'inizio del periodo degli amori quando i maschi di questi maestosi selvatici competono tra di loro a suon di bramiti per il dominio delle femmine... Ma di questa digressione dal classico “Percorso della fauna” ho già raccontato in un “articolo” di qualche settimana fa, il post “In Val del Monte all'epoca degli amori del cervo
Il sole è ormai alto, i cervi lasciano i pascoli e si rintanano nel bosco... è giunta l'ora di abbandonare i nostri nascondigli, i grossi larici che ci celavano alla vista dei selvatici e di ridiscendere al crocevia tra la stradina dei Paludei e il ripido sentiero che sale al Lagostel. Qui giunti iniziamo la salita e, tornante dopo tornante, superato il bosco ci ritroviamo nuovamente sulle alte praterie al di sopra del limite della vegetazione arborea. Quassù, non di rado, capita di avvistare qualche camoscio ma oggi qualcuno ci ha preceduti allertando e allontanando le eventuali selvatiche presenze. Ma noi ci accontentiamo anche del bel panorama sui monti innevati che ci stanno davanti, il Corno dei Te Signori, dove si dice abbia origine il fiume Noce, la Montagna di di Ercavallo con i suoi Denti la sua Punta, il Pizzo di Villacorna e le creste della Val Umbrina...
Una breve pausa, un sorso d'acqua dai gelidi ruscelli che tagliano il sentiero e si riprende la marcia. Qualche tornante e il più è fatto... siamo ormai vicini al Lagostel, ma siamo anche all'imbocca della Val Ganosa dove, a detta del nostro malgaro, stazionano gli stambecchi. La curiosità ha la meglio sulla stanchezza e con un ultimo sforzo, più che altro di volontà, iniziamo una tortuosa salita per tracce confuse e appena individuabili (residui della grande guerra o di antiche attività pastorali?) raggiungendo a fatica il centro della valletta. La fame (mezzogiorno è passato da tempo...) ci impone di non proseguire ma il luogo conquistato ci consente di scrutare il territorio che ci ci sta di fronte. Nulla può sfuggire al nostro binocolo... Esaminiamo attentamente ogni masso, ogni roccia, cresta e anfratto ma degli stambecchi neppure l'ombra. Chissà.... forse si saranno spostati in un'altra località anche se ci sembra improbabile perché si dice che gli stambecchi siano animali solitamente stanziali e abitudinari. Chissà...
Alquanto delusi ma ben rifocillati lasciamo la Val Ganosa ripercorrendo, questa volta fortunatamente in discesa, le “gane” (pietraie) della val Ganosa per riprendere la salita sul bel sentiero del Lagostel. Ora, più riposati e rilassati, riusciamo finalmente ad osservare con la necessaria tranquillità il paesaggio che ci circonda : la ValMontozzo con la Cima del Redival, la Bocchetta di Strino e la Punta di Albiolo, l'Ercavallo, Il Corno dei Tre Signori che si intravede appena e l'imbocco della Valletta che porta al Passo della Sforzellina.
E si riparte, ricominciando a salire... ma ancora per poco. Siamo infatti ormai prossimi alla nostra ultima meta, il laghetto detto Lagostel. Su questo ultimo tratto di sentiero occhieggiano alcune delle vette più alte del gruppo montuoso dell'Ortles Cevedale. Si intravede la cima del San Matteo che durante la Prima Guerra Mondiale fu teatro di aspre battaglie tra austriaci e “regnicoli” per il suo ormai inutile, tardivo possesso. Si era ormai a poche decine di giorni dal termine del conflitto e le vittime di quegli assalti (alcuni di quei poveri cadaveri riemergono solo oggi dai ghiacciai in rapido disfacimento...) furono inutilmente sacrificate sull'altare di insensate conquiste... ma questa è un'altra storia.
Ed eccoci al Lagostel (“piccolo lago” nel dialetto locale) che dal bivio sulla stradina dei Paludei, laggiù dove inizia il sentiero, si può raggiungere, senza considerare la nostra deviazione, in meno di un'ora e mezza). Siamo soli. Chi ci ha preceduto, disperdendo l'eventuale presenza dei camosci sta già scendendo a valle lungo la Val Piana. Il luogo non è particolarmente attraente dal punto di vista paesaggistico anche se la neve che copre ormai le montagne circostanti lo rende sicuramente più pittoresco del solito. Considerate le energie spese per raggiungerlo, ci sentiamo comunque in dovere di fermarci per il tempo necessario a percorrere l'intero perimetro del lago...
Poco più a monte del Lagostel si trova un secondo minuscolo laghetto che pochi conoscono. Ci si arriva in poco più di mezz'ora ma non esiste sentiero e la salita è molto ripida... una traguardo impossibile per noi che già abbiamo sofferto a sufficienza per giungere fin quassù dopo le due deviazioni alla ricerca dei selvatici... Peccato perché questo secondo lago offre un ambiente molto particolare e un panorama decisamente più ampio e interessante (si scorgono le Cime della Presanella e dell'Adamello sopravanzare la punta del Redival).
E' tardi e ci aspetta una lunga discesa... così ci avviamo subito per il ripido e sconnesso sentiero che scende in Val Piana ai piedi del san Matteo, delle Cime Mantello, Villacorna, Giumella e dei lastroni rocciosi che delimitano la Val Umbrina. Poi il sentiero si fa meno ripido e a poco a poco si porta nel bosco, avvicinandosi ai primi contorti larici di alta montagna, tra distese di rododendri che sarebbe bello poter ammirare in un'altra stagione, in piena, rigogliosa fioritura a fine giugno, inizio luglio... ma ormai siamo prossimi alla fine di settembre e il paesaggio ha un fascino del tutto diverso, più mesto, dolcemente malinconico, con la prima neve, con il sole radente che allunga le ombre e scolpisce i profili e con i colori della vegetazione che iniziano a virare verso le calde tonalità autunnali.
Giunti ai Paludei ( un'oretta e mezza dal Lagostel) sostiamo brevemente in riva al minuscolo lago appena sopra quella che fu una malga monticata e che ora è destinata a bivacco (in parte aperto a tutti gli escursionisti in parte riservato solo ai proprietari della malga o forse ai forestali che operano nel Parco). Sorpresa... l'acqua ha nuovamente colmato il minuscolo bacino che, qualche tempo fa, avevamo trovato praticamente asciutto con un enorme numero di girini di Rana temporaria concentrati in piccole pozze umide sul fondo fangoso. Era il drammatico risultato di un inverno e di un'estate particolarmente siccitosi. Ora invece sulle sue sponde ancora lussureggianti stazionano delle belle manze: ci chiediamo fino a quando potranno restare quassù, a queste altitudini...
Lasciamo dietro di noi la zona dei Paludei e percorrendo la bella stradina raggiungiamo il bivio per il Lagostel (meno di mezz'ora) chiudendo così il nostro percorso ad anello... ma dobbiamo ancora proseguire sulla mulattiera che attraverso il bosco ci porta alla Giumela. La malga è stata chiusa da poco, non ci sono più la mucche che sempre, durante l'estate, hanno accompagnato con il suono dei loro campanacci le nostre numerose escursioni in questa zona. Ora non ci resta che discendere fino al Lago di Pian Palù per poi proseguire ancora, fino all'auto, parcheggiata al Fontanino (camminando tranquillamente i tempi di percorrenza di questi ultimi tratti sono quelli della salita al mattino). E' pomeriggio inoltrato. Gli ultimi, radenti raggi di sole sfiorano il lago e illuminano il versante a noi opposto e proiettando ombre lunghissime per ricordarci che le giornate si stanno facendo sempre più brevi, che la bella stagione è agli sgoccioli e che questa bella escursione in Val del Monte, sulle orme degli stambecchi che non ci sono, è probabilmente l'ultima, almeno quassù e almeno per quest'anno...



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